
Con la Quinta Domenica del Tempo Ordinario ha preso il via nell’Unità Pastorale una nuova iniziativa per le famiglie di catechesi. La catechesi classica, infatti, è stata interrotta dalla pandemia, e per riprendere il cammino i catechisti hanno pensato di invitare le famiglie ad alcune Messe domenicali, ogni domenica gruppi diversi.
In questa prima domenica l’invito è stato rivolto ai ragazzi di prima e seconda media, e a loro e alle loro famiglie si è così rivolto particolarmente padre Placido nell’omelia, ma parlando a loro, come sempre, ha parlato a tutta la comunità: “Stiamo vivendo un tempo particolare, abbiamo dovuto interrompere tante attività – ha esordito il parroco – ma il cammino non si è fermato, e non è un caso che il Signore, nella liturgia, ci presenti oggi la figura di Giobbe: attraverso di lui possiamo capire di più proprio del tempo che noi stiamo vivendo”.
Proprio la storia di Giobbe, personaggio presentato nella prima lettura (Gb 7,1-4.6-7), è stata al centro della riflessione di padre Placido: “Giobbe era una persona molto ricca, molto importante, aveva figli, campi, bestiame, gli affari andavano bene: aveva tutto, ma viveva a un ritmo così veloce che dava tutto per scontato; ogni tanto pregava anche, ma era sempre di corsa. È in questa situazione che arriva per Giobbe il momento in cui è costretto a fermarsi e deve cominciare a riflettere”.
I parallelismi con la nostra situazione sono evidenti: “Anche noi – ha spiegato padre Placido – abbiamo dovuto fermarci: andavamo un po’ tutti di corsa, nelle nostre attività, anche parrocchiali, e d’improvviso siamo stati costretti a interrompere; ma dobbiamo pensare che forse il Signore ci sta aiutando a vedere un po’ più in profondità, a capire un po’ meglio le cose. Alle volte la vita è come quando si va sul mare col motoscafo o si fa windsurf: si corre veloce e il mare sembra solo una tavola che più piatto è e più veloce puoi andare; è bello, ma poi arriva il momento in cui ti fermi e cominci a guardare sotto, magari ti immergi, nuoti, e piano piano vedi tutte le meraviglie che ci sono: quante cose belle ci sono, e io pensavo che fosse solo una tavola su cui correre! Com’è bello e importante ogni tanto fermarsi a vedere cosa c’è sotto il pelo dell’acqua!”.
Giobbe, insomma, che sembra così lontano da noi, in realtà ha molto da dire proprio alla nostra vita in questo momento così strano ed eccezionale; e ciò diventa ancora più chiaro se si considera un altro particolare che padre Placido ha fatto notare: “Giobbe non si ferma per caso, si ferma per una malattia, e anche noi ci siamo fermati per una malattia, una pandemia che provoca situazioni faticose. E nella sua malattia a Giobbe alcuni amici cominciano a dire che forse è colpa sua se sta male, che deve aver fatto qualcosa di sbagliato, o che forse sono stati i suoi figli ad aver combinato qualcosa; anche adesso, se ci pensiamo, c’è gente che dice che questa pandemia è un castigo divino, e altri sostengono addirittura che non esiste nemmeno, che è tutto inventato! Quante opinioni diverse! Ma quel che conta è che Giobbe a partire da qui impara a fermarsi e a riflettere e a pregare“.
Tra le tante voci che vorrebbero spingere di qua o di là bisogna dunque non farsi distogliere dall’unica vera necessità: non sprecare questo tempo: “Non ci vediamo più come prima, abbiamo dovuto sospendere tante attività, non possiamo fare catechesi; ma ora è la vita stessa la nostra catechesi: catechesi vuol dire ‘insegnamento fatto a voce’, segno che dobbiamo prima di tutto ascoltare, e la prima voce da ascoltare è quella di Dio“.
Cosa ci dica questa voce è conseguenza diretta di tutta la riflessione: “Prima davamo per scontato tante cose: quante cose belle facevamo e non ce ne rendevamo conto! Si poteva viaggiare, incontrarsi, parlare, e magari per pigrizia non facevamo nulla, e adesso rimpiangiamo di non averne approfittato… Tornerà il tempo in cui poterne approfittare, ma cogliamo questo momento per imparare a non dare tutto per scontato: che dono grande era il potersi vedere, poter stare insieme, fare la catechesi! Tutto era un grande dono e noi pensavamo che queste cose fossero normali!”.
Ciò, è chiaro, non significa affatto minimizzare la sofferenza che questo tempo porta con sé: “Tutto questo non è mica facile: Giobbe soffre, e anche noi stiamo soffrendo, e molto soffrono le persone più anziane, che sono anche le più spaventate. Ma la storia di Giobbe finisce bene, è un po’ come le favole che si raccontano ai bambini: nelle favole ci sono tante cose pericolose, tanti avvenimenti brutti; ma queste cose stanno in questi racconti non per dirci che esiste il male: si sa che i problemi sono tanti, senza che debbano ricordarcelo le favole; le favole insegnano invece che alla fine il bene vince, che quei mali possono essere sconfitti, che si possono superare le difficoltà! Anche Giobbe alla fine ritrova il senso di tutto, e riconosce di essere un uomo fortunato e benedetto, e sarà pieno di gratitudine verso Dio!”.
Ecco dunque l’esortazione che possiamo trarre dal racconto di Giobbe: “Non sprechiamo questo tempo prezioso, ritroviamo la gioia delle piccole cose: poter stare in famiglia, fare una preghiera, sedersi attorno alla tavola e ringraziare il Signore perché siamo insieme e perché abbiamo da mangiare: anche così si santifica la festa!”.
Di qui anche la conclusione di padre Placido: “Io penso che in questo tempo il Signore ci dà dei tesori preziosi, e se ci impegneremo a essere più attenti di quando andavamo di corsa, alla fine anche noi, come Giobbe, riconosceremo che sì, è stato un periodo duro, ma abbiamo imparato cose di cui forse non ci saremmo neanche accorti. Preghiamo per questo ogni giorno il Signore: aiutaci sempre, sia nei momenti di gioia sia in quelli di fatica! Tu sei sempre il Dio con noi e con la tua vicinanza noi non ci sentiremo mai soli!”.