
L’omelia di padre Placido nella solennità della Santissima Trinità è partita da uno degli eventi che ha caratterizzato questo fine settimana nell’Unità Pastorale: la celebrazione della Cresima per ventiquattro ragazzi sabato pomeriggio.
“I nostri ragazzi hanno ricevuto lo Spirito Santo, proprio quello di cui Gesù ha detto: ‘Egli vi guiderà alla verità tutta intera’; eppure nemmeno lo spirito Santo è un risolutore di enigmi, neppure lui ci farà capire il mistero trinitario, e questo, in realtà, perché sembra che Dio abbia dato il mistero della Trinità proprio affinché cominciassimo a tacere un poco!”.
Una vera provocazione, quella del parroco, che è però anche la provocazione di Dio: “Quando Gesù dice: ‘Andate e battezzate tutti i popoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo’ non voleva certo dire che dovevamo percorrere la terra cercando a parole di convincere che avevamo ragione noi, o magari, nel peggiore dei casi, bastonando e ammazzando chi non era d’accordo. Proprio qui sta il grande equivoco: la nostra non è una religione di gente che deve parlare; infatti battezzare significa immergere, e perciò il comando del Signore suona così: percorrete il mondo e immergetelo nel mistero di un Dio che è amore trinitario”.
Non convincere, quindi, ma immergere è il nostro compito: “Non si tratta di spiegare, perché non abbiamo capito neanche noi: se si legge il De Trinitate di Sant’Agostino, quello che colpisce è l’enorme umiltà con cui questo genio assoluto che fu il vescovo algerino riesce a far capire che né lui né noi possiamo capirci nulla! L’unica via è accettare che questo Dio è misterioso, non è comprensibile, e ciò significa che se fai i conti con la tua vita i conti non tornano mai, perché ti sei fidato di Dio che ti aveva detto certe cose e poi hai visto che se ne sono realizzate delle altre. Allora smetti di ragionare, e piuttosto scendi nel cuore per poter dire: da tutto questo, Signore, ho imparato che solo tu sei Dio e un giorno ci chiarirai le cose: per ora io mi fido”.
Se insomma il nostro mandato non è quello di convincere, bensì di immergere, ancora prima possiamo dire che a noi sta non comprendere, bensì accogliere: “Il mistero trinitario non puoi spiegartelo, ma puoi misteriosamente accettarlo e sperimentare la personale e intima convinzione che è proprio così, cioè che Dio esiste e non è un solitario, ma è una comunità, è una circolarità d’amore, nella quale desidera avvolgere ogni persona e ogni cosa. Magari riuscissimo a uscire dalle Messe meno preoccupati delle cose che sappiamo e più contenti per questo Dio che ci ha scelti e ci ha resi parte di sé!”.
Come sempre, le applicazioni pratiche di tale accoglimento sono tutt’altro che lontane: “L’accoglienza della comunità che è Dio non è solo essere chiamati a far parte di questa circolarità d’amore, ma anche diventare annunciatori di un conseguente modo di vivere che tiene conto degli altri, che tiene conto del fatto che il nostro Dio è comunità di bene, e perciò nelle nostre famiglie noi possiamo arrivare addirittura a realizzare il mistero trinitario, consapevoli che ciò è possibile solo se evitiamo di chiuderci soltanto nella nostra famiglia, perché la famiglia di Dio è coestensiva dell’universo intero“.
La nostra mente, inevitabilmente, si perde dovendo viaggiare a queste altezze, e infatti, ancora una volta, non sono le spiegazioni quelle da ricercare, ma l’accoglienza del mistero: “Da qui ripartiamo, e non dall’impossibile chiarezza: una certa vecchia apologetica diceva che se prendi il numero uno e lo moltiplichi per uno e ancora per uno ne hai tre però è uno solo… ma sono solo giochetti e questi giochetti li lasciamo fare ad altri. Questo è un mistero e davanti al mistero non ci sono giochetti di parole che tengano. Davanti al mistero serve il silenzio, e in questo silenzio noi possiamo immergerci e chiedere a Dio di darci la gioia di essere contenti di qualcosa che ci illumina, ci riscalda, ci perdona e ci incoraggia sempre, anche se non abbiamo capito fino in fondo!”.