“Mettiamo a disposizione il nostro poco pane d’orzo!”

Ecco il testo completo dell’omelia pronunciata da padre Placido nella XVII Domenica del Tempo Ordinario, partendo in particolare dalla prima lettura della liturgia (2Re 4,42-44), in cui il profeta Eliseo riesce a sfamare cento persone con venti pani d’orzo, e dal brano del Vangelo (Gv 6,1-15), in cui Gesù sfama cinquemila persone con soli cinque pani d’orzo.

“Come avere il coraggio del profeta Eliseo di mettere venti pani d’orzo davanti a cento persone affamate? E come possiamo seguire il Maestro Gesù nel mettere cinque pani d’orzo davanti a cinquemila persone che hanno fame? Sono domande molto importanti perché c’è sempre, sempre un’emergenza che provoca la nostra generosità; alle volte è un’emergenza di perdono: bisogna perdonarsi, altrimenti non si può andare avanti; altre volte è un’emergenza di amore, di benevolenza: bisogna volersi bene, altrimenti non si va avanti; alle volte sono anche emergenze materiali: ci sono tanti poveri, tante situazioni difficili. Ma come possiamo osare rispondere a queste emergenze con il poco che abbiamo?

Il Maestro Gesù ci insegna qualcosa di grande: il problema non è mai la profondità o la vastità dei bisogni che abbiamo; il problema è sempre mettere a disposizione il nostro poco pane d’orzo. L’orzo non è scelto casualmente: Giovanni cita proprio questo pane nell’episodio della moltiplicazione; lo fa certamente perché l’aveva usato il profeta Eliseo, che con venti pani aveva sfamato cento uomini; Gesù con cinque ne sfama cinquemila. Ma la scelta dell’orzo dice anche qualcosa di più: non è pane di frumento, cioè non il pane migliore; è un pane più povero, più scadente. E questo proprio perché possiamo chiederci: come faremo, Signore, con questa povera piccola cosa? Gesù con il suo gesto dà la risposta: cercando di mettere a disposizione quello che sei, cioè un pane d’orzo, mica di frumento! E smettendola di lamentarti perché non sei un pane di frumento!

Quante volte la via della carità è interrotta dalle nostre pretese di giudizio! Quante volte abbiamo aspettato a diventare un po’ più buoni, a fare il bene, con la scusa che non avevamo i mezzi! ‘Quando avrò un po’ più soldi farò il bene’… Non è così che bisogna ragionare. Il bene si fa donando ciò che si è, subito, così! Infatti, per quanto piccolo e povero, quello che condividi cresce sempre: quando dai un po’ di amore, di perdono, di luce al fratello o alla sorella non è che il tuo cuore si rimpicciolisca o che tu diventi più povero! Al contrario: donando questo amore cresce!

Però se non la proviamo, se non la sperimentiamo questa via del bene che cresce donando restiamo con le mani rattrappite, col cuore rattrappito: quanti beni che restano lì, a vuoto! È molto più frequente di quello che non si pensi sentire fare grandi proclami sull’amore, sulle missioni, e poi non donare veramente. Certo che colpisce vedere l’avidità di chi ha tanti mezzi e non fa niente; ma ricordati che la via che ci ha insegnato il Maestro Gesù non è dire: quando avrò tanti beni farò. No! C’è un grande bisogno e ci sono cinque pani: quelli userò, proprio così come sono, esattamente così!

Come arrivare a tutto questo? Avete sentito quante volte san Paolo nella seconda lettura ripete ‘un solo corpo, un solo spirito, una sola speranza, una sola vocazione’ (Ef 4,1-6): quando il cuore è uno si può donare, perché divisione in greco si dice ‘diabàllein’, che è all’origine del termine ‘diavolo’. La divisione è sempre il male, è il diavolo! Ma proprio sul nostro cuore frammentato scende la benedizione della vocazione all’unità: allora trovi la via di dare ciò che hai così come è.

Impariamo dai profeti e soprattutto seguiamo Gesù su questa via dell’unificazione che diventa bene!”