“Non c’è un giorno della vita in cui non si debba dire grazie”

Nella XXXII Domenica del Tempo Ordinario si è celebrata la Giornata del Ringraziamento e proprio su questo si è concentrato padre Placido nell’omelia, non mancando di citare gli Alpini, presenti alle Messe per commemorare i caduti in prossimità del 4 novembre, e ricordando anche i frati e le suore che nei giorni scorsi sono stati raggiunti dalle mele e dagli altri prodotti donati dalle comunità dell’Unità Pastorale. Ecco le parole del parroco:

“Oggi è il Giorno del Ringraziamento, il giorno in cui dire grazie. In realtà non c’è un giorno della vita in cui non si debba dire grazie: mano a mano che cresce la consapevolezza che il Signore ci mette nel cuore, noi ci accorgiamo di quanti grazie dovremmo dire, e anche di quanti grazie abbiamo mancato nella nostra vita. Ma la bellezza della nostra fede è proprio questa: se ti è rimasto un grazie del cuore da dire, magari a qualcuno che non c’è più, puoi comunque dirlo quel grazie, perché in realtà non è vero che quella persona non c’è più, nella fede c’è ancora.

Il nostro è Dio dei vivi, non dei morti: questa espressione di Gesù ci dà conforto. Gesù ricorda la bella espressione di Mosè, proprio nel momento in cui i sadducei gli rinfacciano la Legge di Mosè pensando di metterlo in fallo; è qui che Gesù ribatte: vi ricordate cosa Dio dice a Mosè, quando dal roveto gli parla? Il Signore si presenta come il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe. Chiese un giovane studente al suo rabbì, che aveva appena commentato questo passo: perché viene detto ‘Dio’ tre volte? Non bastava dire: Dio di Abramo e di Isacco e di Giacobbe? No, non bastava, perché ognuno di questi tre uomini è andato a Dio con la sua originalità, è andato a Dio per una sua via tutta particolare. Per questo motivo il Signore è il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe: è lo stesso Dio, ma ognuno ci è arrivato in un modo diverso.

Così il nostro grazie oggi è il grazie di tutti, e infatti Eucaristia, in greco, significa ‘rendimento di grazie’, perché ogni Eucaristia, ogni Messa è un grazie che diciamo insieme; ma in ogni Messa ci deve essere anche il nostro grazie personale, perché anche ognuno di noi va a Dio in modo originale e unico. E alla fine di tutto conterà come siamo arrivati a Dio, come lo abbiamo cercato, come lo abbiamo lodato e ringraziato personalmente. Ecco la via personale che conduce a Dio ed è già anche anticipatrice del mondo che verrà.

Non a caso le letture di oggi parlano della vita eterna. Come si connettono il nostro dire grazie e la vita eterna? Nel diventare piano piano sempre più consapevoli dell’importanza dei nostri gesti e delle nostre scelte per la vita altra: ciò che facciamo nella dimensione spazio-temporale ha un riflesso nell’eternità, fuori dallo spazio-tempo. Allora come è preziosa questa vita, come è importante scegliere oggi di essere qui per lodare e ringraziare, come è importante scegliere di fare il bene e non il male, di perdonare, di scegliere la pace e non la guerra! Non bastano i giochi di parole e i ragionamenti: questo è il Dio dei viventi, non un dio di morte! E il Dio dei viventi non può sopportare di vedere i suoi figli che si ammazzano con dei pretesti!

Allora il nostro grazie è anche ricerca di verità, di luce, di pace, di benedizione: solo così diventa un grazie sincero e non soltanto qualcosa che si dice pro forma. Dobbiamo chiedercelo sinceramente: dopo duemila anni di Messe, quante sono state solo pro forma? Quante, se i cristiani spesso hanno macchiato la storia dell’umanità con violenze e ingiustizie? Basterebbe una Santa Messa vissuta bene per avere nel cuore la certezza di non volere più fare il male, almeno quel male che scegli e progetti!

Quanti grazie dobbiamo dire! Non solo perché tante grazie abbiamo ricevuto, ma perché con il nostro grazie siamo noi stessi strumenti di grazia. Quando dici grazie dal cuore a una persona, in qualche modo sei anche uno strumento della grazia di Dio. Sono appena tornato insieme ad alcuni volontari dal centro Italia, dove abbiamo consegnato le mele che le comunità hanno donato ad alcuni frati e suore di clausura. Tanti monasteri abbiamo visitato e vi porto il saluto e il grazie di tutti! Cosa sono i nostri doni? Poca cosa, certamente, ma sono segno del nostro grazie verso le monache, donne che per pregare per noi hanno rinunciato a essere madri, hanno rinunciato spesso alla carriera. Il nostro grazie, attraverso i nostri poveri doni, è proprio per loro, le nostre sorelle monache e i nostri fratelli frati. I figli di questo mondo prendono moglie e marito, ma nella vita altra non sarà così: la scelta che fanno queste donne e questi uomini, e lo stesso celibato sacerdotale, non è mica per non avere una moglie o un marito tra i piedi! Questa è un’anticipazione della vita futura, dove non si prenderà né moglie né marito; è un anticipo di quel grazie eterno che risuonerà nelle sedi celesti!

Allora ringraziamo ancora, anche da qui, queste sorelle e questi fratelli che hanno assicurato che pagheranno per noi: abbiamo ricordato loro tutte le comunità, tutte le famiglie, gli anziani, gli ammalati. E soprattutto dobbiamo ringraziare il Signore, che ci permette di fare un po’ di bene, perché se ci permette di fare bene vuol dire che ci vuole bene: quando un papà e una mamma vogliono valorizzare il loro bambino gli fanno fare qualcosa e spesso si tratta di cose piccole, ma come è contento il bambino di quel poco! E come è contento anche il buon Dio di vedere che siamo disposti a fare qualcosa di buono per gli altri!

Grazie, Signore! Grazie per chi costruisce la comunità! E allora grazie anche per i nostri fratelli Alpini, che in questi giorni ricordano i caduti e ogni giorno si impegnano per la società. Grazie, Signore, per tutti quelli che cercano ancora di dare un senso alla parola solidarietà, senza la quale questo mondo sarebbe finito da un pezzo! Affidiamo tutto a te, Signore: benedici e ricompensa tutti come solo tu sai fare!”.