“Convertirsi è cambiare la mente”

Nella Terza Domenica di Quaresima il Vangelo presenta la parabola del vignaiolo, pregato di attendere ancora prima di tagliare l’albero di fichi, perché forse potrà dare ancora frutto; da qui è partito il parroco nell’omelia, riprendendo anche la prima lettura, con l’episodio di Mosè che nel deserto nota un roveto che brucia senza consumarsi. Ecco le parole del parroco:

“Partiamo dall’amorevole attenzione del Cristo per noi che traspare dale ultime parole del Vangelo: egli è il vignaiolo buono e paziente che intercede per noi, anche quando ci sarebbero tutti i motivi per chiedersi perché perdere ancora tempo con noi. Alle volte lo pensiamo anche noi verso noi stessi: perché perdere ancora tempo? Ci abbiamo provato tante volte e non ci riusciamo, ci sembra di essere sempre al punto di partenza. Ma ecco che il vignaiolo buono ha uno sguardo altro, uno sguardo diverso. Poniamo la nostra vita sotto uno sguardo altro, diverso, perché quello è lo sguardo di chi ha pazienza, di chi ci riprova, di chi zappa ancora attorno, di chi mette concime; non sono rimedi miracolosi, non sono formule magiche: è il lavoro paziente, quotidiano, con mezzi semplici; è una via semplice che porta i cambiamenti, non le formule magiche dei potenti.

Allora partiamo da qui; ma arriviamo anche a quel monito severo che ha dato il Maestro Gesù. Egli, prima tenerissimo e paziente, poi però sembra quasi gridare quando dice: se non vi convertite, farete tutte la stessa fine. Gli avevano riportato un fatto di cronaca: il potente di turno aveva ammazzato un po’ di gente (passatempo tipico dei potenti); Gesù aggiunge un altro fatto: era caduta una torre e aveva ammazzato diciotto persone. C’è forse colpa in quei morti? Per la mentalità ebraica anche già in questa vita si viene puniti del male, ma Gesù fa notare che quelli che sono morti, per l’uno o per l’altro motivo, non erano certo più cattivi degli altri. Ecco allora il senso delle parole ‘se non vi convertirete’. Nell’originale greco si dice metanoèite. In italiano ‘convertirsi’ porta in sé l’idea di diventare più buoni, ma così i conti non tornano, non tornano i conti se diciamo che ai buoni va sempre bene e ai cattivi va sempre male: guardiamo alla disperazione dei padri di Gaza che si chiedono continuamente: cosa abbiamo fatto perché il mondo ci odi così tanto? Perché ci ammazzano nel disinteresse generale? Una volta avremmo detto che sono musulmani, credono nel Dio sbagliato e ce lo saremmo fatti andare bene per questo e ci saremmo sistemati la coscienza… ma non funziona così. Metanoèo significa cambiare la mente, andare al di là di quei quattro schemi che fanno sempre tornare i conti, smetterla di fare i propri interessi, andare in chiesa e tornare a fare i propri interessi… a cosa serve allora stare qui? Cambiala questa mente! È tutto lì, è lei che può ingannarti o aprirti un mondo di luce, è lei che ti chiude nelle tenebre della paura e del rimorso oppure ti spiana la strada per camminare!

Ma come cambia la mente? Ne abbiamo un esempio nella prima lettura. Mosè, l’uomo che parlava con Dio bocca a bocca, come dice con un’immagine bellissima la Bibbia, Mosè, uno dei potenti della terra, scappa nel deserto perché ha ammazzato un uomo, un egiziano che stava ammazzando di botte un ebreo. Cosa ci voleva per un potente come lui a nascondere un omicidio? I potenti ne ammazzano a migliaia e sono sempre in televisione! Però Mosè non si avvale del suo potere, capisce che quella non è la via e scappa e da uomo più potente del mondo diventa poveraccio, non conta più niente, perché non cambi veramente finché tieni le mani sulle leve del potere… perché il potente dovrebbe cambiare se è arrivato in cima alla gerarchia? Pensiamo che i potenti cambieranno il mondo? Non lo cambieranno mai, perché questo mondo li ha portati là in cima e vogliono restarci. La mente cambia quando cominciamo a fallire, quando cominciamo ad accorgerci che non ce la facciamo, che la via che stiamo percorrendo è sbagliata. Allora Mosé va nel deserto, con solo quattro capre da allevare; lui, figlio del faraone, che vita sprecata! Lì a curare quattro capre! Perché non tornare alla corte del faraone a continuare la sua carriera? Ma la domanda è: siamo contenti di essere felici oppure quando facciamo carriera?

Mosé è lì e se lo sta chiedendo e ha così tanto tempo che può guardare un roveto che ha preso fuoco. Ce n’è tanti nel deserto e Mosè lo vede e nota che non si consuma, continua a splendere senza consumarsi. E la voce: togliti i calzari, perché questa terra è terra santa. Non dice la terra di Israele o la terra di quel deserto o la qualunque terra di questo mondo; si tratta invece della terra di cui sei fatto tu, la adamàh. Togliti i calzari di fronte al mistero della tua vita, perché con i criteri del mondo non la puoi capire. Infatti diventerai veramente grande perché ti sei liberato dagli schemi del mondo, dal potere, dal successo, dall’arrivismo. Quell’uomo povero nel povero deserto diventa il condottiero e aprirà una via di liberazione che è la base anche della nostra Quaresima.

Senza la sua sconfitta Mosé non avrebbe capito nulla, ma anche se non si fosse fermato a lasciarsi guidare dall’amore di Dio non avrebbe capito nulla. Alle volte noi abbiamo delle sconfitte, ma poi ci spaventiamo, non ci lasciamo guidare da Dio, non comprendiamo che quella è la via. Chiediamo al Maestro Gesù, lui che zappa le nostre radici e torna e mette il concime, chiediamo a Lui che ci dia quella parola di conforto e di incoraggiamento che ci fa cambiare la mente e tutta la nostra vita”.