
La liturgia della Terza Domenica di Pasqua propone stralci del ventunesimo capitolo del Vangelo di Giovanni; il parroco, però, ha voluto leggere il capitolo per intero e trarne come sempre riflessioni sulla nostra vita. Ecco le parole di padre Placido:
“Ci prendiamo qualche minuto per goderci il capitolo ventunesimo del Vangelo di Giovanni; ho voluto leggerlo tutto e non a frammenti, come proporrebbero la liturgia, perché è troppo bello. Dopo i giorni della Pasqua si torna alla vita di sempre. Cosa resta dopo Pasqua? Una vita nuova o è come se nulla fosse cambiato? Noi assomigliamo a Pietro, che dice: io vado a pescare. Il capitolo precedente parlava dell’apparizione ai Dodici, c’era la vicenda di Tommaso e la sua professione di fede. Però quei discepoli, dopo la Risurrezione, non sono partiti subito a evangelizzare il mondo; vanno a pescare. E non c’è solo Pietro, ci sono anche gli altri discepoli, perché era il loro lavoro, dovevano andare a lavorare e tornano a quello che facevano prima. Però non lo sanno fare, perché tornano a riva che non hanno pescato nulla. C’erano Pietro, Tommaso, Natanaele, i figli di Zebedeo Giacomo e Giovanni e poi, dice il Vangelo, ‘altri due discepoli’; perché non ne dice il nome? Perché questa è la barca di Pietro e ci siamo sopra tutti, siamo lì che riprendiamo il nostro tram tram, ma se non c’è Gesù non combiniamo niente.
Quella notte, infatti, i discepoli non presero nulla; ma quando arriva l’alba, alla nascita del sole, Gesù sta sulla riva e chiede: figlioli, non avete preso niente? Ma i discepoli non riconoscono il Signore, perché siamo noi, perché se non c’è la fede Gesù non lo riconosci e nemmeno loro senza fede possono riconoscerlo. Se non c’è un’esperienza di fede, il Risorto non lo riconosci. Pietro e gli altri non lo riconoscono, però intuiscono qualcosa e Gesù dice loro: gettate le reti nella parte destra della barca e troverete i pesci. Cosa c’è di più antipatico di uno straniero che viene a insegnarti il tuo lavoro? Noi lo facciamo anche con Dio: non vogliamo che ci dica come funziona la vita e piuttosto gli diamo tutte le colpe se le cose non vanno. Ma quella volta i discepoli gettarono la rete e presero talmente tanti pesci che a momenti si spezzava la rete: ne presero 153, che è un numero simbolico, perché significa tutto il popolo (150) e in più il 3, numero della perfezione, a dire che nessun pesce è fuggito.
Il Padre vuole che niente vada perduto, ma bisogna gettare la rete, perché i pesci non vengono da soli. E vedendo una pesca così abbondante, Giovanni dice: è il Signore! Pietro non capisce nulla e arrivano alla terra e Gesù è lì, perché Gesù è già nel regno, mentre noi siamo sulla barchetta e stiamo andando lì e quando arrivano trovano un fuoco col pesce e il pane: Gesù ha preparato da mangiare, ma chiede di portargli il pesce, di portargli il frutto delle loro fatiche. Oggi, nella nostra Messa, il pane lo mette Gesù, ma noi dovremmo portare il frutto delle nostre fatiche: com’è andata la nostra giornata? Abbiamo fatto un po’ di bene, abbiamo avuto un po’ di speranza, un po’ di gioia, abbiamo fatto un gesto di perdono, un gesto di carità? E se non c’è niente, comunque c’è Gesù, c’è questa Messa, c’è questa Parola. E infatti a quel punto nessuno chiese a Gesù chi fosse, perché sapevano bene che era il Signore: venendo al pane preparato da Gesù si riconosce Gesù, stando invece lontano dal fuoco che accende il Maestro non si può riconoscerlo. Come si fa a stare lontani e pensare di essere cristiani?













