
La Seconda Domenica del Tempo Ordinario è quella immediatamente successiva alla festa del Battesimo di Gesù, di cui le letture di questa domenica riverberano ancora la potenza. Su questo si è concentrato padre Placido nell’omelia; ecco le parole del parroco:
“Siamo qui e apriamo la nostra vita quotidiana, quella di questo giorno, il pane quotidiano che anche oggi il Padre buono ci dà, il pane fatto di respiro, di luce, di cibo, di relazioni; ci apriamo al dono della sua Parola, che rende luminosa questa giornata e la purifica. Perché è per questo che insieme offriamo il santo sacrificio dell’altare: ognuno porta qui ciò che ha fatto e soprattutto il modo in cui è stato.
In che senso? Nella seconda lettura c’è una parola importante, semplice ma bella: ‘Paolo, chiamato’, ‘Paulus, vocatus’. Quel ‘chiamato’ è quasi un cognome: Paolo c’è perché c’è stata una voce che l’ha chiamato. La chiamata non è dono di pochi eletti. In questi giorni festeggiamo un santo grandissimo, Antonio abate, padre di tutti i monaci; quella del monaco è una vocazione straordinaria e Antonio fin da ragazzino si sentì dire: lascia tutto e vieni e seguimi. Un brano evangelico simile mise in cammino Francesco d’Assisi. Ma noi non dobbiamo celebrare solo le grandi vocazioni: se non fossimo chiamati non saremmo nemmeno qui, perché la prima chiamata di Dio è quella all’esistenza; se siamo qui è perché Dio ci ha chiamati, come chiamò le stelle ed esse cominciarono a brillare, come chiamò le acque ed esse cominciarono a scendere, come chiamò ogni cosa col proprio nome.
Tutto vive della propria chiamata e anche noi dobbiamo viverla questa chiamata. Guardiamo il quadro bellissimo che oggi viene dipinto da Giovanni, quello che viene definito l’evangelista teologo, l’aquila, il quale di ogni evento della vita di Gesù ci mostra il significato più profondo. Domenica scorsa abbiamo sentito la descrizione del Battesimo fatta dai sinottici e in particolare da Matteo e oggi Giovanni approfondisce il mistero: non dice neanche che Gesù era lì a farsi battezzare, ma parla del Battista e di Gesù. Giovanni Battista battezza nell’acqua: quel Battesimo è la nascita dell’io cosciente, lì comincia a nascere il tuo io. Perché battezziamo i bambini? Se troviamo un bambino piccolo da solo chiediamo: di chi è questo bambino? Ma con il Battesimo cominciamo a dire: chi è questo bambino? È la nascita dell’io cosciente, si comincia a formare una personalità, si comincia ad avere il rispetto delle sue esigenze.
Poi però c’è un’altra rinascita; Giovanni infatti battezza nell’acqua perché si riveli il Cristo. Perché col Battesimo nello Spirito Santo si ha la nascita dell’io spirituale, dell’io consapevole, quello che le altre tradizioni religiose chiamano ‘illuminazione’, cioè il diventare consapevoli non solo di chi si è, ma anche di qual è il dono profondo della tua vocazione, della tua chiamata. Capiamo bene allora che il Battesimo nello Spirito non può essere di un istante, ma è un dono che va scoperto piano piano, avanzando sempre, invocando lo Spirito, comprendendo sempre meglio. Giovanni dice di aver visto lo Spirito scendere come colomba dal cielo e di aver capito: ‘Sono testimone che questi è il figlio di Dio’. Nella rinascita spirituale noi comprendiamo di essere figli di Dio; non solo io, ma tutti sono figli di Dio. Cominciamo ad avere una coscienza che si allarga: l’io individuale, coscienza personale, si allarga a una coscienza cosmica, universale. Facciamo parte di un grande disegno d’amore e tutto questo nasce dall’acqua e si completa nella luce dello Spirito: grande affresco e programma di vita. Sono cose reali, concrete, ma abbiamo bisogno di luce per comprenderle e per viverle. E qui ci è dato tutto, qui ci viene dato tutto, dobbiamo solo essere fedeli e accogliere.













