
Nella Quarta Domenica del Tempo Ordinario il Vangelo è quello delle beatitudini, parole che possono sembrare quasi un’utopia, ma che in realtà parlano di noi. Ecco la riflessione di padre Placido:
“Come sono belli questi due inizi, quello della pagina del Vangelo e quello del profeta Sofonia. Il Vangelo comincia: ‘In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte’. La prima cosa da fare adesso è sentirsi sotto lo sguardo di Gesù: Gesù ci vede. Di San Francesco si diceva che non vedeva la foresta, ma sempre ogni singolo albero; e questo sguardo l’aveva ricevuto dal Cristo. Quanto più allora Gesù ci vede come creature uniche e irripetibili, creature che hanno provocato la sua risposta d’amore con la loro miseria, con la loro povertà, con la loro disobbedienza.
Abbiamo obbligato Dio a occuparsi di noi e sotto questo sguardo sentiamo il profeta che dice: ‘Cercate il Signore, voi tutti poveri della terra’. Non sembri una contraddizione che mentre ci sentiamo visti pure lo cerchiamo: è il suo sguardo che provoca il desiderio di incontrarlo. E da dove lo cerchiamo? Dalla nostra povertà, perché è la nostra povertà che invoca l’aiuto di Dio e basta sentirsi appena un poco meno poveri e questa ricerca illanguidisce e poi sparisce. Non l’abbiamo forse visto quando eravamo poveri, quando avevamo persino problemi a mettere insieme il pranzo con la cena? Non cercavamo forse di più il Signore? E adesso che siamo più poveri di allora ci riteniamo ricchi e pensiamo di poter fare a meno di Lui.
Ecco perché è così prezioso che oggi siamo qui, perché, pur avendo ricchezze umane, dalla nostra povertà cerchiamo il Signore e se siamo qui è perché ci sentiamo poveri e bisognosi di lui. Benedetta sia la nostra povertà che causa la ricerca della sua ricchezza! Benedetta sia la nostra aridità che invoca dal Padre la sua pioggia! Benedetta sia la nostra solitudine che invoca la sua compagnia! Benedetti noi, beati noi quando ci sentiamo nello spirito delle beatitudini!
Allora ecco il Cristo che ci guarda; e quale risposta dà? ‘Salì sul monte’. Perché ci meravigliamo alle volte di essere così pochi? Bisogna salire sul monte, perché, per quanto noi cerchiamo di rendere agevole la via, il cammino spirituale richiede determinazione, forza, chiarezza; e ci chiede di credere che la meta c’è, esiste la cima del monte ed è alla nostra portata con l’aiuto di Dio. Ecco perché ‘salì sul monte e si pose a sedere’: quando siete qui, così come adesso, non siete semplicemente seduti, ma dovete essere consapevolmente adagiati nella vostra realtà umana personale; voi in questo momento siete seduti, voi stessi aderite alla verità di voi stessi e da questa posizione vi aprite alla Parola, al dono che il Maestro fa. Questo è importante, non sono descrizioni sciocche, la Parola è più profonda: stavano seduti perché è il tempo dell’ascolto e la nostra preghiera ce lo insegna: seduti per ascoltare, in piedi per andare, in ginocchio per adorare. Il corpo prega con noi e impara: quando tu fai le cose impari.
Anche noi allora siamo seduti di fronte al Maestro ed egli comincia a parlare dicens, come si legge nella versione latina, dicendo. Che bello questo gerundio: è una Parola che ci accompagna, che viene con noi, che rotola sulle nostre strade, ci precede e ci segue e ci avvolge e non trovi vita al di fuori di questa Parola. Dio sta permettendo che le parole umane siano sempre più sciocche; fateci caso: non c’è neanche bisogno del Vangelo, basta il principio di non contraddizione che ci hanno insegnato i filosofi greci, per cui ascoltiamo quello che dicono e pensiamo che questi devono far pace con il cervello prima di invocare chissà quale spiritualità. Le parole degli uomini stanno diventando così sciocche e più sono in alto più dicono asinate, affinché la Parola di Dio risplenda come ciò che è veramente, cioè non come parola di uomini, bensì come Parola di Dio, che anima l’universo intero, perché tutto l’universo obbedisce alla Parola di Dio.
Da qui nasce questa cantilena bellissima delle beatitudini. È come se il Cristo tenesse sul cuore l’umanità e come a un bimbo insonne e agitato canta il canto delle beatitudini: devi essere beato proprio perché povero; attenzione: non è beata la povertà o il dolore, queste sono cose che dicono gli uomini… beato tu in questo momento, perché qui puoi trovare la ricchezza! Beato tu quando sei puro di cuore! Come puoi amare se non a partire da un cuore puro? La purezza del cuore riconosce che non sei capace di amare e che solo Dio è Dio e questi fantocci che si fanno Dio abbiano di fronte questo nostro cuore puro che dice che solo Dio è Dio e gli altri sono tutti impostori, anche avessero abiti sacri o divise militari o il doppio petto della gente arrivata: sono impostori e solo Dio è Dio!
E infine beati voi quando vi insulteranno e vi prenderanno in giro, beati voi quando smetterete di cercare l’approvazione degli uomini, perché allora vorrà dire che il Cristo vi avrà liberato davvero: bisogna smetterla di vivere per il chiacchiericcio del mondo e cominciare a vivere centrati sulla Parola, sullo sguardo, sulla presenza che è solo di Dio. Ecco il nostro Maestro che proclama la nostra beatitudine. Allora possiamo fermarci un attimo in silenzio e dalla nostra povertà, dalla nostra ferita e anche dalla nostra mitezza, proprio quella che il mondo deride per dire che beati sono i furbi, anche da lì onoriamo il Maestro e riconosciamo che, qui seduti, siamo il luogo della sua presenza, dove egli manifesta la sua luce e la sua forza”.













