
Nella Quinta Domenica di Quaresima si prefigura in qualche maniera la Pasqua con il Vangelo della risurrezione di Lazzaro; ma perché Lazzaro viene fatto risorgere? E cosa dice a noi e di noi questa risurrezione? Su questo ha riflettuto padre Placido nell’omelia; ecco le parole del parroco:
“Entriamo in questo quadro, in questo racconto, in questa vicenda meravigliosa che Giovanni ci narra. Solo lui ci racconta del miracolo di Lazzaro, mentre gli altri tre evangelisti non lo riportano: come mai un miracolo così grande non è raccontato dagli altri evangelisti? Evidentemente non è un miracolo, bensì, come dice Giovanni, è un segno, ti dà un’indicazione se sai come leggerlo.
Perché diciamo questo? Nel Vangelo sono raccontate tre resurrezioni: questa di Lazzaro, quella del figlio della vedova di Nain e quella la figlioletta di Giairo, un notaio di Cafarnao. Tre resurrezioni… quanta gente è morta ai tempi di Gesù? Allora perché solo tre resurrezioni? Perché Lazzaro, che era tuo amico, sì e così per gli altri due? E i nostri amici, i nostri fratelli e sorelle che sono morti? Cos’è questa preferenza? Se la leggiamo così questa diventa un anti-segno; invece questo è segno di una profonda commozione di Dio per la nostra realtà umana. Siamo usciti dalle mani di Dio, c’è stata un’evoluzione anche fisica e materiale e siamo arrivati qui con tutti i nostri limiti, le nostre fatiche, la nostra mortalità: noi ci ammaliamo e soffriamo; allora dov’è questa forza di resurrezione?
Ecco il segno. Fin dall’inizio si dice che Lazzaro era malato: ‘Gli dissero: Signore, colui che tu ami è malato’. Anzitutto è bello che il Vangelo non si vergogni di usare questa parola: amore. Quando la smetteremo di farci le pare mentali? Gesù ama Lazzaro e ama Marta e ama Maria! Perché ci avrebbe chiesto di amarci gli uni gli altri se poi nell’amore bisogna fare mille distinguo? Facciamoli sulle guerre i distinguo! Abbiamo vivisezionato l’amore con tutta la casistica di peccati e poi ammazziamo la gente tranquillamente… questa è la deformazione del Vangelo più grave, di cui anche la Chiesa è responsabile! Gesù amava: impariamo da lui cosa vuol dire amare. E Gesù, che ama, soffre, è coinvolto; non è un amore platonico: Gesù vuole il bene concreto, nel Vangelo si parla di abbracci e di baci. È un amore concreto e noi magari abbiamo pensato che lì stessero i pericoli: i pericoli vengono dopo, attenzione.
Gesù dice subito: ‘Questa malattia non è per la morte’. Interessante: lo sa che poi sarebbe morto, però dice: fermiamoci, aspettiamo. Nella vita ci succedono cose davanti alle quali sembra che il Maestro non intervenga; ma Lui interviene da Dio, non interviene come un signorotto che ha un po’ di potere: interviene come Dio. E allora noi capiamo che Dio non è la soluzione dei nostri problemi: Dio è la risurrezione e la vita. Se credi che Dio sia la soluzione dei problemi prima o poi resterai deluso e forse lo sai già; ma se Dio è Dio allora, alla domanda ‘perché succede questo?’, puoi risponde: perché tu possa attraversare questa situazione e mostrare la forza della sua risurrezione. Dio non ci salva dai lutti e dalla morte: Dio ci salva nei lutti e nella morte; Dio non ci salva dai nostri limiti, perché non siamo perfetti: Dio ci salva nelle nostre imperfezioni e nei nostri limiti. Dio è Dio, non è quel fantoccio di cui alle volte parliamo anche noi preti. Dio è Dio e agisce divinamente; i signorotti di questo mondo ti fanno le promesse: se mi dai il voto ti libero da questa cosa e ti evito quest’altra; Dio invece ti dice: pensavi che passando di lì non ce l’avresti fatta, ma io sono con te, io sono la risurrezione.
Adesso, adesso ci serve la forza della risurrezione, perché troppi sono i sepolcri in questa vita, troppe le difficoltà e le fatiche. E Marta e Maria lo fanno notare a Gesù: ‘Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto’. Perché non sei stato la soluzione del problema? Era malato, arrivavi tu e lo guarivi ed era finita la storia; ma tu credi, Marta, oppure no? Anche noi cristiani siamo educati a dire di sì, che risorgeremo; ma Gesù dice: io sono adesso la tua risurrezione! Per le sofferenze che abbiamo nel cuore, per le delusioni che abbiamo avuto, per i fallimenti, per le fatiche: lì Dio mi risorge, lì Dio mi fa uscire dal mio sepolcro, che alle volte è un sepolcro mentale… quanta sofferenza mentale e quante domande oziose: ma perché è successo questo, ma perché è successo quello? Stai qui adesso, apriti alla forza della risurrezione! ‘Credi tu questo?’; ‘Credo, Signore’ dice Marta; e Maria poi lo ribadirà. Marta e Maria qui sono la dimensione della nostra vita e anche Lazzaro è qui dentro di noi ed è da qui che deve risorgere.
Il Vangelo dice poi che Gesù si commosse molto: ma chi è quest’uomo? Lo sa che sta per far risuscitare Lazzaro, eppure si mette a piangere. Gesù piange sulla nostra situazione così fragile, sulla mia e sulla tua: siamo noi l’amico per il quale lui soffre, siamo noi, con i nostri limiti, che provochiamo il suo pianto e anche la forza del suo amore. ‘Togliete quella pietra dal sepolcro’: quale pietra bisogna che il Cristo ci tolga dal cuore? Quella pietra che ci impedisce di amare con semplicità, di sperare, di avere pazienza, perché siamo sempre presi dal dover mostrare che siamo qualcuno, dal dover fare e brigare anche per fare il bene. Fermiamoci con il Risorto, con la sua forza: lui ci toglie la pietra dal cuore e ognuno ha bisogno di questo. E allora il grido rivolto a Lazzaro, ‘vieni fuori’, è rivolto a noi: vieni fuori da lì, vieni fuori dalla tua mente che si sta lamentando per cose successe magari anche decenni fa! C’è gente che a settanta o ottant’anni ancora dà la colpa ai genitori: falla finita, vieni fuori da lì! Basta con quelle recriminazioni: ma se fossi nato in un altro posto, ma se fossi parroco in quella bella città… falla finita, vieni fuori da lì!
Lazzaro viene fuori e, dice il Vangelo, esce con i piedi e le mani legati; ma c’era bisogno di fare tutte queste precisazioni? Oltretutto sembra una contraddizione: come fa a uscire con le mani e i piedi legati? Eppure uscì con le mani e i piedi legati, perché, finché non capisci che sei prigioniero di tutte le tue paranoie e di tutte le tue voluttà e di tutti i tuoi ego, tu hai le mani e i piedi legati. Ma hai il Maestro che ti libera: ‘Scioglietelo e lasciatelo andare’: la fede è una liberazione; le religioni continuano a mettere cappi e regole e regolette… cominciamo a essere credenti e ci sentiremo liberati. ‘Liberatelo e lasciatelo andare’: che bellezza questa parola! Di Lazzaro poi non si sa più quasi niente e sono nate varie tradizioni: secondo alcuni è ancora lì che cammina, cammina in noi, cammina nella storia; qualcuno dice che diventò Vescovo Cipro; per un’altra tradizione, che sembra quasi una favoletta, egli divenne il primo vescovo di Marsiglia, perché una sera Marta e Maria e Lazzaro misero una barca in mare e le tolsero la vela e i remi e il timone e si lasciarono portare e approdarono appunto in Francia: è bella questa immagine di Lazzaro che va perché ha l’energia divina del Risorto che lo porta. Tutti e tre vanno perché si fidano di Gesù.
Adesso ci fermiamo un attimo. Marta e Maria e Lazzaro sono qui, dentro ognuno di noi e dentro di noi Marta e Maria pregano e hanno fede e Lazzaro si libera dai legami e comincia ad andare come un essere liberato. Chiediamo a questi nostri amici e compagni di viaggio che liberino anche il nostro cammino”.













