
Nella Diciottesima Domenica del Tempo Ordinario il Vangelo presenta il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci; cos’ha da dire a noi questo racconto? Ci ha riflettuto il parroco nell’omelia; ecco le parole di padre Placido:
“Cinquemila uomini più le donne e i bambini e soli cinque pani: vuol dire meno di un millesimo di pane a persona; e poi due pesciolini, già cotti ovviamente, perché la gente non portava via il pesce crudo: come lo avrebbe cotto poi? Che miracolo è questo, in cui quella folla rimase saziata e poi addirittura si raccolsero anche dodici ceste piene di avanzi, una per ogni tribù di Israele, come a dire che il dono continuerà!
Quel miracolo è il miracolo di oggi, è il miracolo di ogni giorno, perché non è meno miracoloso del cibo che troveremo oggi sulla nostra tavola; e forse non sarà solo un pezzettino di pane e un pochino di pesce, sarà tanto di più: non è forse altrettanto miracoloso? Non è forse frutto dell’amore di Dio e dell’impegno dell’uomo e magari della bravura e della pazienza delle nostre mamme e magari anche di qualche papà? Ci dimenticheremo oggi di benedire e di ringraziare? Guardiamo a quel cibo come a un miracolo di cui siamo fatti oggetto da parte della bontà di Dio.
E, allo stesso modo, come è importante che anche noi stiamo qui come quella folla; ci sono infatti tanti miracoli in questo brano del Vangelo: c’è la tenerezza di Dio in Gesù, che si era messo in un luogo desertico in disparte, come a dire che questa solitudine, questo silenzio del Cristo diventano preghiera di intercessione per noi, perché dal silenzio nasce lo sguardo nuovo: il Cristo coglie il bisogno degli altri a partire dal suo silenzio. E noi non ci accorgeremo che gli altri stanno male perché abbiamo tante cose: piuttosto taci di fronte al mondo e ascolta Dio nel segreto e allora sentirai e capirai i fratelli! E poi c’è il miracolo di una folla alla quale viene detto di credere che ci sarà da mangiare… anche voi, che siete seduti, dovreste stare nello stesso atteggiamento, essere qui dicendo: il Padre buono mi provvederà quello che è necessario.
È la Parola di Gesù che ci ha detto di sederci qui e che non ci mancherà il necessario: magari vivessimo le nostre Messe così! Perché vai a Messa? Vado a sedermi, io povero, di fronte al Dio infinitamente ricco. Isaia dice: venite a me voi tutti che non avete denaro; non veniamo qui perché siamo più bravi degli altri: facciamola finita! Non veniamo qui nemmeno ad accumulare crediti per il Paradiso: facciamola finita! Entriamo nella gratuità di Dio, altrimenti non capiremo niente! Tutto è frutto di un amore gratuito, qui non si viene ad accumulare crediti, ma si viene ad accorgersi che Dio dà tutto a tutti e, se proprio vuoi un piccolo merito, stendi le mani nel segno del mendicante, perché non hai denaro: noi siamo poveri e Dio è infinitamente ricco.
Prendete e mangiate pane senza denaro e bevete latte e vino: è tutto gratis ed è meraviglioso! Quando il mondo entrerà in questa logica divina? Ancora prima: quando i cristiani cominceranno a far capire al mondo che questa è la logica divina, invece di continuare a parlare di meriti e di pene di castighi e in fin dei conti di guerra? Perché alla fine è lì che si arriva, perché nella logica del profitto è sempre la guerra la conseguenza, perché ci sarà sempre uno da additare come cattivo e perciò da combattere…
Questo Vangelo è davvero troppo bello: la folla stava lì e i discepoli prendono cinque pani e due pesciolini e subito si chiedono: cosa vuoi che sia per tutta questa gente? Mandali a casa… come siamo bravi anche noi a mandare la gente altrove: non ci sono più preti? Che la gente vada altrove! Questo sì che è un bel sistema… ma fa forse così il Maestro? Non mi pare proprio, anzi: dai tu stesso da mangiare, ma anche dai te stesso, perché dobbiamo entrare in questa logica evangelica: comincia a dare te stesso, perché evangelicamente non dai nulla finché non dai te stesso, come il Maestro qui non dà qualcosa, bensì dà se stesso nell’Eucarestia.
Allora seguiamo il Maestro, che di quei pani e di quei pesci dice: portatemeli qui. Ecco cosa ci manca alle volte: hai poco? Sì, ma l’hai portato e l’hai consegnato a Gesù e questa è la differenza. Gesù non ha detto di darli subito, ma prima se li è fatti portare. Ti lamenti che non sei abbastanza bravo, ti lamenti di essere un poveraccio? Porta la tua povertà, portala a me, non tenerla per te, portala a me, consegna a me tutto ciò che sei e anche quello che non sei. Il Cristo alza gli occhi al cielo e invoca la benedizione e dà i pani e i pesci e tutti mangiano a sazietà e portava via anche dodici ceste piene.
Fra un po’ saremo tutti seduti a tavola: guardiamo a quel cibo con uno sguardo nuovo, riconosciamolo come un miracolo dell’amore e della bontà di Dio e dell’amore e della bontà di chi ce l’ha preparato e poi alziamo gli occhi al cielo e, come Gesù, diamo una benedizione. Cosa significa benedire? Benedire significa dire bene, allora magari diciamo che è proprio buono e ringraziamo chi ce l’ha preparato; e se non è proprio perfetto, diciamo lo stesso che è buono, ché chi ce l’ha preparato se lo merita. Ci fermiamo qui e ci fermiamo con il Signore, perché, ancora prima del pranzo, tra poco assisteremo di nuovo al miracolo di Dio che si fa pane e vino per saziare la fame di noi tutti”.













