“Cosa siamo disposti a fare per ottenere la vita che non finisce, la vita vera?”

Il brano del Vangelo della liturgia della XXVIII Domenica del Tempo Ordinario è quello cosiddetto del giovane ricco (Mc 10,17-30), anche se, ci svela padre Placido, forse quell’uomo non era poi così giovane e in ogni caso può insegnare molto anche noi, come sempre avviene per la Sacra Scrittura. Ecco l’omelia del parroco:

È ancora un Gesù che cammina per la strada quello che ci viene presentato dal Vangelo: in passato vi ho già detto che i cristiani, prima di essere chiamati così, erano spesso detti ‘quelli della strada’; e allora magari ricordiamoci che Gesù si può incontrare anche per la strada della vita quotidiana, negli incontri con le persone.

E così avvenne quel giorno in cui «un tale gli corse incontro» (Mc 10,17). Questo tale è detto di solito ‘il giovane ricco’, ma in realtà né Marco né Luca dicono che fosse giovane, e anzi Luca lo definisce un capo, ed è difficile che un capo sia giovane; solo Matteo lo dice a un certo punto giovane e Marco, la cui versione ci è proposta oggi, fa dire a questa persona: «Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza» (Mc 10, 20), perciò forse era piuttosto una persona matura, il che ci fa allontanare da un certo uso strumentale di questo Vangelo a fini vocazionali, della serie ‘giovane coi soldi, vieni e seguimi’, per cui forse dobbiamo stare attenti a non farlo diventare il Vangelo dei candidati frati e suore e aspiranti sacerdoti: qui c’è qualcosa di più di questo.

Quel tale pone a Gesù una domanda: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?» (Mc 10,17). Gesù risponde da vero Maestro: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo» (Mc 10,18): i veri maestri non accettano adorazioni: ricordo una volta che un frate, a cui tutti dicevano: ‘Lei, padre, è un santo’, rispose: ‘Cosa ne sai tu della santità?’. Chi ti mette l’etichetta di buono subito dopo ti chiede il conto! Il Maestro è uno solo!

Ascoltando la domanda del personaggio del Vangelo possiamo comunque chiederci: quando ci siamo posti l’ultima volta questa domanda? quando ci siamo chiesti l’ultima volta che cosa dobbiamo fare per avere in eredità la vita eterna? È una domanda fondamentale! Un giorno san Massimiliano Kolbe viaggiava su un treno; un tipo, riconoscendo dal suo abito che era un ecclesiastico, gli disse: ‘Padre, io sono agnostico, a me non interessa cosa c’è dopo la vita! A me cosa vuole che me ne importi?’; Kolbe restò per un po’ zitto, poi gli chiese: ‘Scusi, ma Lei per caso sa dove va questo treno?’; quello si mise a ridere: ‘Padre, non vorrà mica che sia salito su un treno senza sapere dove va!’; a quel punto Kolbe lo guardò negli occhi: ‘Lei è salito sul treno dell’esistenza e non si sta preoccupando di dove sta andando, però si preoccupa di dove va questo treno che tra sole tre ore sarà arrivato’.

Ci stiamo chiedendo cosa stiamo facendo per ereditare la vita eterna? Sulle eredità di questo mondo ci sono molti interessi e così quando si tratta di eredità facciamo di tutto, anche imbrogli, anche il male! Ma per avere in eredità la vita eterna cosa siamo disposti a fare? Cosa siamo disposti a fare per ottenere la vita che non finisce, la vita altra, la vita vera, finalmente la vita? Non questo ridicolo teatrino che facciamo qui, bensì finalmente la vita!

La risposta di Gesù, il Maestro, il nostro Maestro, è semplice: «Tu conosci i comandamenti» (Mc 10,19). Gesù lo dice anche a noi oggi: ce li ricordiamo i comandamenti? Le conosciamo quelle che gli ebrei chiamano ‘le dieci parole’, perché non sono veramente comandamenti in quanto solo in due casi si trova in essi il verbo all’imperativo, altrimenti è sempre al futuro: tu amerai, tu non ucciderai, tu non dirai più il falso, tu non avrai altro Dio: sono promesse di un’umanità futura, che finalmente vivrà come Dio ci ha pensati e voluti! Quando si incontrava san Francesco, dice un suo biografo, sembrava di vedere un uomo venuto da un altro pianeta, anticipazione del mondo che verrà: Francesco come immagine di ciò che sarà l’umanità; io non perdo mai la fiducia in questo, io sono certo che tra 5000 anni l’umanità sarà molto più avanti ed evoluta in quella direzione! Non perdo questa fiducia, nonostante tutto quello che vediamo: è una promessa di infinito che ci viene fatta!

Il tale del Vangelo risponde a Gesù: «Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza» (Mc 10,20). Bene, allora fermati un attimo, «una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!» (Mc 10,21). «Ma a queste parole – dice ancora l’evangelista Marco (10,22) – egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni». Molti beni, cioè qualcosa che impedisce di entrare nel regno e questo qualcosa ha a che fare con il nostro atteggiamento verso i beni della terra: alle volte pensiamo che essere cristiani significhi svalutare i beni della terra, della serie ‘sì, ho tanti soldi, ma cosa vuoi che sia?’. No, non è così! È importantissimo il rapporto che hai col denaro, con i beni del mondo, al punto tale che Gesù in un altro passo del Vangelo ammonisce che chi serve il denaro non può servire Dio!

Forse come cristiani dovremmo farci un esame di coscienza: altrove Gesù dice anche che c’è chi ha la casa piena di beni, eppure da lì non esce mai niente per i poveri. Al ricco del Vangelo Gesù chiede di lasciare tutto; potreste dirmi: ‘Ma padre, io sono un padre di famiglia, io sono una madre di famiglia’: figuratevi se il Signore non lo sa! Ma lui ti sta interrogando sul tuo rapporto con ciò che è essenziale, eterno, totale e con ciò che è transitorio, perché se ciò che passa è diventato il tuo totale, è diventato il tuo orizzonte, allora hai perso la strada, allora non puoi arrivare alla vita eterna!

Non è un caso che nella seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei, si legga che la Parola di Dio è «più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4,12): ogni tanto dobbiamo sentirlo quel doppio taglio! Non si può ingoiare il Vangelo come se fosse una caramella, come se fosse nulla! E infatti gli stessi discepoli restano scandalizzati quando sentono dire a Gesù che «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio» (Mc 10,25): sono sconcertati perché per loro, come alle volte siamo convinti anche noi, avere tanti soldi, godere di benessere, è segno di benedizione da parte di Dio: ricchi di qua e perciò anche di là, più ne hai di qua e più vuol dire che sei una persona in gamba, una persona di fiducia, magari anche un bravo cristiano… non è la quantità, ma come ti rapporti con i beni, come li usi, come ti senti nei riguardi di queste cose!

In questo campo abbiamo tutti da crescere, abbiamo tutti da guadagnare in libertà, in sobrietà, in attenzione: esca qualcosa dalla mia casa per i poveri, per quelli che non possono ricambiare! «E chi può essere salvato?» (Mc 10,26): la domanda dei discepoli è sinceramente preoccupata: se non si salva il ricco, che in quanto tale secondo loro è benedetto da Dio, chi mai può salvarsi? «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio» (Mc 10,27): che bella risposta quella di Gesù! E ancora di più nel testo originale greco, che andrebbe meglio tradotto «tutto è possibile presso Dio», perché non è che Dio faccia quello che gli pare, bensì qui si vuol dire che se tu stai presso Dio, vicino a Dio, allora tutto può accadere!

Portiamoci via da questo Vangelo proprio questo invito a stare vicini al Signore, con la forza che viene da Lui e avendo nel cuore la domanda giusta: cosa devo fare per avere la vita eterna? Che sia come un faro nella notte in un mare in tempesta: questo è il faro, questa la direzione! Sono tempi faticosi, ma la Parola ci aiuta e ci illumina: invochiamo sempre il suo aiuto e nel silenzio lasciamoci colpire al cuore dalla domanda che il Vangelo ci ha posto”.