“In noi, figlie e figli della Chiesa, si vede il Corpo di Cristo!”

Anche quest’anno, per ragioni di sicurezza, non si possono realizzare le tradizionali processioni del Corpus Domini; ma questo non significa non poter celebrare la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo. Questa grandissima festa, ha infatti spiegato padre Placido nell’omelia delle Messe, è in realtà riconoscere il Corpo di Cristo nell’Eucaristia e nella comunità che attorno a quel Pane e a quel Vino consacrati si riunisce. Per comprenderlo, però, bisogna andare molto indietro nel tempo.

“Parte da lontano la nostra riflessione sulla festa di oggi – ha esordito il parroco – perché inizia da quel libro dell’Esodo in cui si narra che Mosè, volendo sancire un’alleanza con Dio, offre in olocausto giovenchi, vitelli, pecore, capri (cfr Es 24,3-8). Possiamo chiederci: perché Mosè e gli israeliti facevano questo? Non certo per crudeltà: essi vivevano di quegli animali, era la loro vita e offrivano a Dio la loro stessa vita, cioè ciò che serviva a sostenerli. In realtà sappiamo che una parte di questi animali veniva poi anche mangiata, che non venivano del tutto bruciati, però era il modo che avevano per dire che il Signore è talmente importante che siamo disposti a toglierci il cibo di bocca per lui“.

Un significato molto alto, insomma, e che tuttavia il Cristo sovverte: “Dopo tutto questo però arriva Gesù, e cambia tutto. Abbiamo sentito la lettera agli Ebrei: ‘Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna’ (Eb 9,12). Gesù offre se stesso, e da allora ci viene insegnato che in nome di Dio non puoi uccidere neanche una creatura: non c’è più bisogno, perché ogni domenica noi offriamo il Corpo e il Sangue di Gesù in modo incruento; qui non si fa male nessuno, ma si dice: questo pane e questo vino sono il mio Corpo e il mio Sangue“.

Come sempre si vede subito che non si tratta di discorsi astratti, tutt’altro: “Questa festa porta con sé un grande messaggio di pace: non si custodisce il Corpo del Signore facendo il male, nemmeno in quei sacrifici che si facevano in suo onore: quello che è bello per noi è sentire che questo dono è nella nostra parrocchia, cioè, etimologicamente, in mezzo alle nostre case. Non è più necessario andare al Tempio di Gerusalemme: qui tra le nostre case viene offerto questo dono preziosissimo”.

Dire che questo dono è tra le nostre case, è evidente, significa dire che è in mezzo a noi: “Di dono in dono, c’è un altro dono preziosissimo in questa Eucaristia, che possiamo comprendere ponendoci una domanda: che senso avrebbe questa Eucaristia se non ci fosse più nessuno che la gusta, che ne gode, che la adora, che ci crede? Ecco il Corpo del Signore che siamo noi! Dice non a caso sant’Agostino: quando si la Comunione si dice ‘Il Corpo di Cristo’ e si risponde ‘Amen’, ed è giusto, perché si riconosce che lì c’è il Corpo di Cristo; ma quando guardi i tuoi fratelli e le tue sorelle riuniti in assemblea devi dire le stesse parole: ‘Il Corpo di Cristo’, perché lì è presente il Signore con il suo Corpo e il suo Sangue”.

Ecco dunque la meta della riflessione partita così da lontano, addirittura da Mosè: “Nelle ultime settimane abbiamo consacrato attraverso la Cresima, in due Messe, trentanove ragazzi; hanno ricevuto la Prima Comunione, in tre turni, quarantadue bambini; abbiamo celebrato sei Battesimi; varie coppie di fidanzati si stanno preparando al Matrimonio: in tutto questo c’è il Corpo del Signore, in tutti questi figli e figlie della comunità si vede il Corpo che cresce; ecco il Corpo di Cristo che siamo noi!“.

Da qui deriva l’impegno per ciascuno di noi: “Come è importante amare questo Corpo del Sé profondo, in cui abita Dio! Viviamo questa festa comprendendo che si tratta di una festa proprio anche nostra: festeggiamo in quanto apparteniamo al suo Corpo e chiediamo al Signore di imparare la lezione di essere sempre in comunione con il suo Corpo, che vuol dire ricevere Lui, ma anche accogliere i nostri fratelli e le nostre sorelle!“.