
“Eccoci a un momento davvero importante, conclusione di un anno. A volte le cose semplicemente finiscono e la loro fine può essere motivo anche di irritazione oppure di sollievo: finisce il latte e quindi quella mattina non lo berrai a colazione e magari ti arrabbi; oppure finisce una omelia e dici: che sollievo! Speriamo che non sia così oggi… Tutto questo ci dice che c’è differenza tra finire e compiersi; e sarebbe importante che quest’anno non sia lasciato semplicemente finire, ma si compia.
Come facciamo a distinguere tra finire e compiersi? Cosa cambia in concreto? La Parola di Dio ci aiuta a capirlo, perché pone questa fine di anno sotto il segno di una benedizione: la prima lettura dice proprio questo. E la seconda lettura ci consegna un altro dono: la consapevolezza; Paolo fa questa bella riflessione: Dio è arrivato nella pienezza del tempo come un dono. Dunque atteggiamento di meditazione e di gratitudine, a dirci che, affinché un anno si completi e non sia semplicemente finito, è necessario che lo affidiamo, deve esserci una consegna da parte nostra, come quando si consegna un compito, qualcosa che dovevi fare. Forse qualcosa dentro ti dice che avresti ancora tanto da fare e da riflettere; bene, ma quest’anno si compie: consegnalo, non attardarti, non trascinare le cose.
È bene che quest’anno lo consegniamo perché ci possiamo aprire a qualcosa di nuovo. Non trasciniamo troppe cose passate. San Francesco diceva ai suoi frati: quando avete fatto qualcosa, poi restituitela a Dio, perché sennò siete ladri. Qualche volta vi dico che i sogni sono dei maestri e una volta ho sognato che restituivo a Dio la brutta copia di un compito; questo aveva un riferimento nella realtà, perché alle medie avevo un professore che ci faceva consegnare non solo il tema finito, ma anche la brutta copia; però la mia brutta copia in genere era così brutta e arzigogolata che non volevo consegnarla, perciò facevo prima la bella copia e poi la copiavo per avere la brutta copia della bella e così consegnarla; un giorno però non ho fatto in tempo a ricopiare dalla bella e ho consegnato la vera brutta copia… da lì in poi il professore disse: devi fare sempre così. A lui interessava vedere che ci avevo lavorato, che la mia bella copia era frutto di correzioni e di cambiamenti e di aggiustamenti in brutta; non gli interessava una brutta copia tutta leziosa e precisa, voleva vedere che ci avevo lavorato. E quel sogno significava che Dio non vuole che consegni un anno perfetto, vuole la brutta copia, vuole vedere che hai lavorato, che è stato anche un anno di fatica; accetta il limite, accetta che certe cose non sono andate come volevi, accetta che certe cose non le hai ancora superate e ti fanno soffrire o arrabbiare. E consegnale. Affida. Non è cosa tua: affida con fiducia.
L’anno si chiude e uno nuovo si apre nel segno della benedizione: sei benedetto. E non perché hai fatto tutto giusto, ma perché hai lavorato. E l’anno si chiude e uno nuovo si apre anche nel segno della consapevolezza: in definitiva quest’anno ho fatto al meglio che ho potuto, certamente potrò anche migliorare, ma sono anche consapevole che è stato un dono e una fatica. Tu consegnalo. E questo ti permetterà di custodire e meditare quanto è avvenuto, come si dice della Madre nel Vangelo. E custodendo e meditando stupisciti, come i pastori, che vivono lo stupore di fronte al dono della vita. Stupiamoci anche del nuovo anno: sarà un anno benedetto, il Signore sarà presente. Ma dovrò essere presente anch’io: se c’è del bene, ma io non ci sono, certo il bene c’è, ma è come se quel bene per me non ci fosse.













