
Nella Ventottesima Domenica del Tempo Ordinario il Vangelo è una parabola: il re invita tutti alle nozze del figlio, ma gli invitati rifiutano e così invia i suoi servi a raccogliere “cattivi e buoni”; tuttavia tra di essi uno non indossa l’abito nuziale e viene buttato fuori. Che significa tutto questo? E cosa dice a noi? Ecco l’omelia di padre Placido:
“Il Vangelo presenta un invito a una festa, una festa di nozze, da parte di un re per il matrimonio del figlio; e il desiderio è che tutti partecipino alla festa, non perché debbano fare qualcosa, ma perché ricevono qualcosa: il cibo, la danza, la gioia di stare insieme.
Sono alcune domeniche che Gesù, con le sue parabole, ci parla del regno come luogo dove si va a lavorare: per due volte abbiamo sentito parlare della vigna, poi dei due figli chiamati a lavorare; il regno di Dio come un luogo in cui ci si impegna, come è vero. Però il regno di Dio è anche festa e spesso si capisce il nostro cuore quando guardiamo a come ci comportiamo alla festa, perché al lavoro, se proprio non sei un nullafacente, ti dai da fare ed è anche bello lavorare, ti dà gusto, vedi che fai qualcosa: per chi, come me, parla e chiacchiera sempre, quando posso fare un po’ di lavoro manuale mi dà tanta soddisfazione, perché vedo anche l’opera delle mie mani, vedo che ho fatto qualcosa. Però la festa è il luogo dove si vede la qualità del nostro cuore: sei capace di gioire? sei capace di dire una parola buona? sei attento a chi parla? magari ti alzi se c’è qualcosa da fare oppure ti riempi solo il piatto e non ti interessa se gli altri ne hanno? Quante cose si scorgono in una festa!
E oggi questa festa è qui. Ah, se potessimo sentire la santa Messa come luogo in cui Dio ci chiama perché vuole darci qualcosa! Dio ci dà sempre una Parola nuova, ci dà sempre una presenza; quello che poi ognuno si porta via dipende… vedete cosa succede nella parabola: chi rifiuta di entrare, chi va al proprio campo, chi al proprio lavoro. Se sei troppo attaccato alle cose di fuori non entri nemmeno dentro. Sant’Agostino diceva: voi siete alla festa, perché siete qui, ma non tutti hanno l’abito nuziale, perché cercano ancora il proprio interesse invece che quello di Gesù Cristo.
E qui viene fuori il tema dell’abito nuziale: ‘Dio mandò i suoi servi a raccogliere tutti’. I suoi servi sono gli angeli santi: ci ricordiamo di pregare gli angeli? Ricordiamoci che nell’ultimo momento sono quelli che vengono. Allora Dio manda i suoi angeli a raccogliere tutti, manda i suoi servi a spingere dentro la gente, buoni e cattivi; anzi, il testo dice: cattivi e buoni. Dio vuole che la sua casa sia piena, ma poi succede un fatto strano: un uomo non ha l’abito nuziale. Noi potremmo dire: ma certo che non ce l’ha, l’hanno raccolto per strada, come faceva ad avere l’abito nuziale? Bisogna però sapere che ai tempi di Gesù c’era una tradizione, un’usanza: quando si andava a una festa di nozze c’era tanta povera gente invitata e allora, fuori dalla porta, si metteva una persona che dava un abito per le nozze. All’inizio della Messa noi abbiamo chiesto perdono, come a dire: ecco il nostro abito decoroso per le nozze. Allora ecco perché quest’uomo senza abito viene condannato: l’abito c’era, bisognava solo avere l’umiltà di dire: sono un poveretto, datemi l’abito. È proprio la stessa umiltà che serve a noi per dire all’inizio della Messa: sono un peccatore. Perché se uno pensasse per tutta la Messa che è più bravo degli altri, allora non può indossare l’abito nuziale.
Il padrone gioisce vedendo la sua casa piena di gente. Proviamo a sentirci anche noi poveretti di fronte a Dio; però, se ci danno l’abito nuziale, se ci vogliono alla festa di nozze, se tutto quello che dobbiamo fare è gioire e accogliere la Parola e il Corpo e il Sangue del Signore, allora perché non essere contenti? Riflettiamo un momento sulla bontà di Dio e sul grande dono che ci fa, essendo noi qui presenti”.













